Paola Maria ci scrive questa domanda su Facebook:

Ho appena letto l’articolo che avete mandato in rete. Comincio a pormi seriamente una domanda:  continuare così o uscire dall’euro? Che cos’è più conveniente: soffrire subito e provare poi a risalire o precipitare lentamente? Svalutare di colpo o essere soffocati dai tassi d’interesse? La ricchezza nazionale di cui ancora disponiamo potrebbe attenuare lo choc. Se aspettiamo, forse, avremmo più neppure quelli. Poi vorrei sapere,tecnicamente è possibile uscire dall’euro?

Noi la ringraziamo per il suo contributo e rispondiamo così:

Uscire o no dalla moneta unica? Una domanda che da almeno tre anni attraversa l’Europa. Diciamo subito che il problema, prima ancora che economico o finanziario, sarebbe di ordine politico.

Nessuno, infatti, può pensare che dopo un trauma del genere le cose continuerebbero come prima. La morte dell’Euro segnerebbe anche la fine dell’Unione Europea. Ogni Paese sarebbe portato ad attribuire agli ex partner la colpa delle pesantissime ricadute sulla popolazione. Già oggi vediamo le accuse che vengono rivolte alla Germania.

La fine della moneta unica, travolgendo il disegno comunitario, farebbe appassire il significato più grande dell’Unione europea: aver messo pace, dopo secoli di guerra, tra Francesi e Tedeschi, tra Italiani e Austriaci, tra Spagnoli e Inglesi e poi Olandesi, Belgi e via elencando. Da settant’anni (tranne la marginale parentesi in Bosnia) in Europa non viene più sparato un colpo di cannone. L’Euro è il sigillo di questa pace. Romperlo aprirebbe scenari indefiniti e indefinibili. È, ovviamente un rischio che si può correre, ma che politicamente deve essere preso in considerazione.

Cosa significherebbe per l’economia, in concreto, il ritorno alla Lira? Fare previsioni è pericoloso perché nella storia non ci sono precedenti. Né i trattati europei hanno nulla al riguardo. Proprio per questo l’unico sistema per uscire dall’Euro, è la dichiarazione di default.

Esperti, opinionisti e opinione pubblica si spaccano: sono maggiori i rischi o i vantaggi se l’Italia tornasse alla Lira? C’è chi dice che un default ci distruggerebbe, schiacciando letteralmente la competitività del nostro mercato, polverizzando i risparmi dei cittadini e facendoci retrocedere a livello sociale ed economico; chi invece afferma che rappresenta l’unica salvezza per vari motivi: innanzitutto, da quando siamo entrati nell’Euro, per l’Italia non è cambiato molto in termini di Pil e debito pubblico, né le cose sono andate di certo in meglio; la permanenza del nostro Paese nell’Euro, insomma, non ha variato in positivo alcunché: perché restare? Inoltre uscire dall’Euro significherebbe evitare ulteriori misure di austerity e rigore fiscale e quindi conseguenti aumenti delle tasse. Ed è proprio su quest’aspetto che si scatena la guerra delle cifre: sarebbero più elevati i costi sostenuti per restare in Europa o quelli per uscirne?

Nel gioco affascinante della storia “fatta con i se…” immaginiamo cosa accadrebbe. L’inizio sarebbe bruciante, scoppiettante, con bancomat bloccati e banche chiuse per un certo periodo di tempo, con i cittadini italiani pronti a utilizzare i propri risparmi (nascosti nel materasso) per acquistare beni di prima necessità, soprattutto se l’uscita dall’Euro fosse improvvisa (molto improbabile, a dire il vero).

Servirebbe tempo per riequilibrare l’economia, abbandonare l’Euro, rapportarci alla nuova moneta, abituarci al nuovo confronto e soprattutto a un nuovo modo di fare spesa: cambierebbero improvvisamente le nostre abitudini. Una volta che il sistema economico fosse stato ripristinato, gli italiani troverebbero un mondo totalmente cambiato, anche a causa della svalutazione (dal 30% al 50%) della nuova Lira: costi della benzina raddoppiati, risparmi volatilizzati, aumento dei prezzi dei prodotti di consumo, nazionalizzazione delle banche, piccole imprese verso in grave difficoltà, senza considerare le tensioni sociali che esploderebbero nelle città.

Questo è il panorama peggiore, ma un fattore positivo c’è: a gioire sarebbero le imprese esportatrici, poiché venderebbero i loro beni a un prezzo dimezzato e guadagnerebbero valuta estera più forte della propria moneta. La nostra economia, dunque, potrebbe rilanciarsi su questo fronte e ricominciare a crescere, fino a stabilizzarsi. Tuttavia, da questo punto di vista, non è da sottovalutare la crescita delle economie emergenti, con la Cina in testa. Gli equilibri del sistema economico come lo conosciamo oggi muterebbero radicalmente, e forse è proprio per questo gli Stati Uniti esprimono ogni giorno di più la propria preoccupazione sulla crisi europea.

Tra un Euro forte per tutti i Paesi d’Europa e una disgregazione dell’Unione, con ritorno alle valute nazionali, esiste però una terza via. La nascita di due nuove monete, il famoso “Euro a due velocità”, cioè di una valuta che resterebbe “forte” per i Paesi poco indebitati, come la Germania, e di un secondo Euro, più debole, per gli Stati periferici con forte debito pubblico. In questo caso le conseguenze negative per gli Stati che adottassero una divisa svalutata sarebbero meno traumatiche e l’utilizzo di una moneta più competitiva sui mercati internazionali permetterebbe alle loro economie di ripartire.

Anche le conseguenze su un piano politico sarebbero, forse, meno traumatiche.

Oggi la prima strada che dovrebbe essere percorsa dall’Europa per rilanciare l’economia è una sola: dotare di un nuovo statuto la Bce per permetterle di stampare moneta. Se questa misura non dovesse rivelarsi sufficientemente efficace – oppure se fosse attuata con eccessivo ritardo – forse è proprio all’Euro a due velocità che potrebbero guardare gli Stati dell’Unione come estrema ratio.

La Redazione

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