Altro che contributi e recovery plan. Arriva un’altra mazzata di tasse: per ottenere i fondi europei l’Italia si sarebbe impegnata con l’Europa a ridurre il carico di tasse non pagate di 12 miliardi (su 87) entro il 2026. Come? Con una bella cura da cavallo, fatta di ulteriori intrusioni nella privacy dei contribuenti, multe per chi non accetta le carte di credito e soprattutto accertamenti a go-go sulle partite Iva. È arrivata la Troika, anche se non si vede.

“È di circa 12 miliardi, su quasi 90 di tasse dovute e non pagate, l’obiettivo di riduzione dell’evasione fissato dal Recovery plan italiano per il 2026 – scriveva ieri sul suo sito il quotidiano Il Fatto Quotidiano –. La cifra emerge dalle quasi 2.500 pagine – tra Pnrr e schede tecniche – inviate a Bruxelles il 30 aprile. Nell’allegato che dettaglia tappe e obiettivi delle riforme, il governo Draghi si impegna con la Commissione europea a far calare del 15%, entro la fine del 2026 e rispetto ai dati del 2019, la cosiddetta “propensione a evadere“. Cioè la differenza tra il gettito che l’erario incasserebbe in un mondo di contribuenti onesti e quello effettivo. L’ultima Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva stima che nel 2018, ultimo anno disponibile, il gap tra imposte attese (al netto dei contributi) e incassi fosse del 29%, pari a 87 miliardi: ridurlo del 15% significa portarlo, nell’arco di cinque anni, intorno al 25%, a 75 miliardi.”

Secondo Il Fatto Quodiano la sfida sarebbe affrontare con efficacia l’altro tasto dolente, l’evasione Irpef da parte di imprese e autonomi. Per l’imposta sul reddito il gap è addirittura del 67%, per oltre 32 miliardi sottratti al fisco. Complici controlli poco numerosi e poco produttivi. Per invertire la rotta il governo Draghi punta sul rafforzamento degli strumenti a disposizione dell’Agenzia delle Entrate, che potrà contare su 4.113 nuovi ingressi e 2mila assunzioni aggiuntive di professionisti come data scientist, informatici, esperti di fiscalità internazionale, ingegneri. Il sempre invocato incrocio delle banche dati dovrebbe diventare realtà grazie all’impiego di intelligenza artificiale, machine learning, text mining. Pratiche previste da tutte le best practice internazionali sulla valutazione del “rischio fiscale”. L’esecutivo è convinto che si possano impiegare senza problemi relativi alla privacy ricorrendo – come previsto fin dalla legge di Bilancio per il 2020 – alla cosiddetta “pseudonimizzazione dei dati”, una tecnica che consiste nel conservarli in modo da impedire l’identificazione del contribuente. Solo le posizioni “a rischio” vengono riportate fuori dall’anonimato per far partire le verifiche.

“In parallelo – conclude Il Fatto Quotidiano – sarà dato ulteriore impulso alle missive che “invitano” amichevolmente i contribuenti ad adempiere ai doveri fiscali. Entro il quarto trimestre 2022, secondo il cronoprogramma fissato nel Piano di ripresa, dovrebbe salire del 20% il numero di lettere di compliance inviate, da cui ci si aspetta un +15% di gettito (+30% due anni dopo, quando dovrebbe essere inviato un 40% di lettere in più rispetto al 2019). Nel frattempo arriverà anche per le partite Iva la dichiarazione precompilata: entro metà 2023, stando al Pnrr, potranno scaricarla 2,3 milioni di autonomi. La tappa successiva è fissata per il quarto trimestre 2025, quando dovrebbe essere portata a termine la pseudonimizzazione dei database e se tutto va bene la propensione a evadere sarà calata del 5% sul 2019. A quel punto ci sarà solo un anno per un’accelerata senza precedenti che dovrebbe farla scendere di altri 10 punti percentuali entro la fine del 2026. Quando la Commissione, che nelle raccomandazioni all’Italia cita sempre l’evasione tra i punti deboli da affrontare, verificherà che l’obiettivo sia stato raggiunto.”

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