Il fondatore di questo blog, Un’Europa diversa, Ernesto Preatoni, ha dedicato l’editoriale di sabato scorso all’inflazione. Ne aveva parlato diversi mesi fa, mettendo in guardia dal rischio che una fiammata dei prezzi potesse mettere in discussione il precario equilibrio sul quale i mercati e le economie globali si reggono ormai da anni. La crisi economica,  nei prossimi mesi, è destinata a mordere duro e i prezzi saliranno, erodendo rendimenti e debiti.

Come al solito ho il merito di vederci molto lungo, ma di farlo troppo presto. Avevo scritto, più di un anno fa, come il grande rischio per la nostra economia –nazionale, europea e, alla fine dei conti, anche quella globale – fosse l’inflazione. Ovviamente i commenti sarcastici dei miei detrattori si sono levati, puntuali come al solito. Di cosa sta parlando Preatoni, come al solito mena gramo: di che inflazione sta parlando? Il pane costa sempre uguale. Su pane e latte avevano certamente ragione: il prezzo non è cambiato. Ma i beni di lusso, cercavo faticosamente di spiegare, gli asset che stanno sui mercati della Borsa, gli appartamenti in centro, a Milano, Parigi e Londra, costano sempre di più, da anni. Neanche la pandemia è riuscita a fermare la crescita dei prezzi nella capitale lombarda. Come mai?

Prima di tutto dobbiamo analizzare la polarizzazione della ricchezza, che è stata ben esemplificata, questa settimana, da Maurizio Ricci, sulle pagine di Repubblica, citando uno studio pubblicato di recente: “L’Italia è un paese diviso fra (pochi) straricchi e (tanti) strapoveri, avviato su una traiettoria all’americana di ineguaglianze sociali sempre più stridenti – si domanda Ricci –? A dare l’immagine di una piramide sociale sempre più allungata, con un sottile vertice ormai fuori vista, fra le nuvole, sono queste cifre: nei vent’anni fra il 1995 e il 2016, un manipolo di 50 mila persone – lo 0,1 per cento della popolazione – ha raddoppiato la propria ricchezza, da una media di 7,6 milioni di euro a 15,8 milioni a testa. Nel complesso, si appropriava del 5,5 per cento della ricchezza totale nel 1995 e vent’anni dopo era salita al 9,3 per cento. Nello stesso periodo, la metà più povera degli italiani vedeva liquefarsi la propria, di ricchezza: in media da 27 mila a soli 7 mila euro. In totale, il 50 per cento della popolazione è ridotto al 3,5 per cento della ricchezza complessiva del paese: sono i contorni di un esproprio di massa.”

Partiamo da qui: la grande crisi del 2008, prima, e la pandemia, poi, hanno convinto prima le banche centrali ad aprire i cordoni della borsa – quantitative easing a gogo – e, poi, i governi ad avviare politiche di stimolo fiscale. Il problema è che gran parte dei benefici di questi interventi hanno reso i ricchi ancora più ricchi e i poveri ancora più poveri. Il risultato è che i beni e i servizi richiesti dai primi, per eccesso di risparmio disponibile, sono schizzati alle stelle, mentre i beni di consumo comune sono rimasti ancorati ai vecchi prezzi. Di fronte a noi, però, stanno per succedere una serie di cose che saranno destinate a cambiare questo scenario di precario equilibrio.

In primo luogo, il Senato Usa ha approvato il programma, da 1.900 miliardi di dollari: un maxi-stimolo fiscale destinato a far ripartire l’economia a stelle e strisce, ma anche a riportare in auge il tema dell’inflazione. Al punto che Janet Yellen – segretaria del Tesoro USA ed ex Presidente della Fed, di certo non una qualunque –  l’altro giorno, ha evocato la possibilità di rialzo dei tassi, facendo flettere Wall Street. Dall’altro lato dell’oceano la presidentessa della Bce, Cristine Lagarde ha già annunciato che terrà fermi i tassi fino all’autunno. E cosa accade in autunno? Ci saranno le elezioni tedesche: se a vincere dovesse essere una coalizione votata all’austerità ne vedremo delle belle. Già perché una nuova Germania tutta esportazioni ed austerità potrebbe, insieme a un rialzo dei tassi troppo veloce o eccessivo negli Usa, portare velocemente al rialzo i tassi in un’Europa – e soprattutto in un’Italia – che non hanno neanche provato a rialzare la testa dopo la mazzata dovuta al Covid. Aggiungo, perché in troppi se lo dimenticano, che da fine giugno le moratorie diventano meno generose con imprese e famiglie, mentre da fine anno verranno riaperti i licenziamenti. Sono anni che non frequento i listini, ma se avessi investito in Borsa, di fronte a uno scenario così complicato, starei molto attento e mi rivolgerei solo a titoli value (patrimoniali), dato che il mercato ha già girato e il growth, in caso di inflazione, è destinato a ridimensionarsi.

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