Molti si aspettano, con la fine della pandemia, il ritorno alla normalità. È più probabile, invece, che, presto, saremo di fronte a nuove turbolenze: e non saranno scossoni che i mercati potranno riassorbire, come avvenuto in passato, ho paura che il disordine ci sarà a livello sociale. Mentre usciamo – o almeno sembra che si stia uscendo – da due anni di Covid, che per il sistema economico è stato come passare attraverso due anni di guerra, ci ritroviamo, come Paese, di fronte a una nuova emergenza. Innescata, pensate un po’ il paradosso, proprio dalla ripresa che ha mandato i prezzi alle stelle. Attenzione: arriviamo nuove turbolenze economiche con 5,6 milioni di persone in povertà assoluta, parliamo di oltre due milioni di famiglie che non hanno nulla, e con un’intensità di povertà relativa che in Italia nel 2020 si è attestata ad oltre il 21%. Significa che più di un quinto della popolazione fatica ad arrivare a fine mese.

In questo scenario non appena il Covid ha iniziato a ostacolare meno la ripresa, la domanda, congelata per oltre un anno è ripartita, e i prezzi hanno subito uno shock perché le catene di approvvigionamento non sono state in grado di soddisfare le richieste. “Un rimbalzo poderoso, che ha fatto emergere la fragilità strutturale dell’Europa quando si parla di energia. In attesa dell’esplosione delle rinnovabili, dell’idrogeno e un domani – chissà – della fusione nucleare, il Vecchio Continente dipende dalle importazioni di gas, il combustibile che deve accompagnare la transizione verso la green economy. Peccato che la stessa scelta sia stata fatta anche della Cina e da tutte le tigri asiatiche, per sfuggire ai fumi tossici del carbone – scriveva qualche giorno fa Repubblica in un approfondimento dedicato all’inflazione –. Risultato: all’inizio del 2021 il gas – il fossile più usato per produrre elettricità – costava in Europa 15 euro a megawattora, nel dicembre scorso il prezzo è salito fino a 180 euro. Poi, complice un inverno mite, le quotazioni si sono dimezzate, fino ad attestarsi tra 70 e 80 euro, ma comunque a un livello che solo due anni fa sarebbe stato considerato stratosferico. Dinamiche globali che nella vita quotidiana delle imprese si traducono in una drammatica lotta per far quadrare i conti.”

I conti delle famiglie sicuramente – ricordiamo i 5,6 milioni di poveri di cui parlavamo prima – ma anche quelli delle imprese. Come spiega ancora Repubblica: “La tenaglia stringe da Nord a Sud, tutti settori industriali: gli energivori come le grandi acciaierie, i cementifici e i ceramisti, ma ancora di più le aziende medie e piccole, dalla meccanica all’alimentare, meno attrezzate a fronteggiare rincari senza precedenti”. Il paradosso è che, anche se i prezzi per consumatori continuano ad aumentare, le aziende non possono ritrasferire su di loro tutti i costi in più che sono costrette a subire. Al punto che alcune imprese, per non saltare, stanno iniziando a ridurre i volumi di produzione. Col risultato di far creare un buco nell’offerta, facendo così salire ulteriormente i prezzi.

È uno scenario tutt’altro che rassicurante, che colpisce l’Europa non diversamente dagli Stati Uniti. Ma se negli Usa la Fed ha già annunciato chiaramente la fine dei programmi pubblici di acquisto dei titoli di Stato e l’aumento dei tassi, nell’Unione la Lagarde continua a traccheggiare con uscite pubbliche fuori tempo. Prima parla di un’inflazione eccessiva, poi ritorna sui propri passi. Nel frattempo, Draghi – ma anche i premier degli altri Stati UE – si inventa misure per calmierare il prezzo dell’energia. La verità è che, con questi livelli di inflazione, la BCE dovrà per forza – ed è bene che lo faccia il prima possibile – alzare i tassi e i mercati dovranno farsene una ragione. Ci saranno degli scossoni? È probabile. Continuo a pensare che le scosse peggiori e più preoccupanti non arriveranno dalle Borse, ma dal rischio di disordini a livello sociale, perché la polarizzazione della ricchezza è giunta a livelli insostenibili.

Se poi osserviamo l’andamento dell’indice dei credit default swap sulle imprese europee – cioè delle assicurazioni contro il fallimento delle aziende – anche queste stanno subendo un’impennata: i mercati scommettono che quelle aziende che già erano in bilico, con il prossimo aumento dei tassi falliranno e contestualmente, puntano sul settore azionario. Però, come ha mostrato Marco Liera qualche giorno fa sul proprio profilo Instagram, anche su quel fronte questo è il momento peggiore, almeno negli Usa, per alzare i tassi: il rapporto prezzo / utili sulle azioni per l’indice Standard & Poor’s 500 è alle stelle. Questo indicatore misura quante volte il prezzo dell’azione incorpora gli utili attesi e quindi quante volte l’utile della società è contenuto nel valore: oggi a siamo a quota oltre 16 volte, uno dei più alti dal 1971. Praticamente una bolla. Che, generalmente, con i rialzi dei tassi, scoppia.

Le banche centrali ormai non possono più comprare tempo. La Fed l’ha capito e gli Usa sembrano aver digerito la realtà. Lagarde continua a fare un passo avanti e due indietro, ma con l’inflazione prossima al 5% non ci sono grosse alternative, i tassi saliranno. Da allora ci sarà da allacciare le cinture, la musica della quatitative easing sta per finire e gli investitori hanno già iniziato a fare il gioco del cerino. A pagare, alla fine, saranno sempre gli stessi: gli Stati e i contribuenti.

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