La Banca d’Italia ha certificato il record: a ottobre il debito pubblico ha superato la soglia di duemila miliardi. Si è collocato a quota 2.014  e ormai viaggia verso il 126% del Pil. Queste cifre ci permettono di fare un bilancio dell’attività svolta dall’ultimo governo che si è insediato il 17 novembre 2011. In dodici mesi gli italiani hanno pagato 43 miliardi di tasse in più (soprattutto Imu e Iva). Nonostante questo il debito è salito di 102 miliardi in valore assoluto e del 4,4% in rapporto al Pil.

Cifre che certo non testimoniano un grande successo per il governo dei tecnici.  Ma soprattutto cifre che vanno indagate ora che si profilano schieramenti e candidature per le prossime elezioni. Con un interrogativo di fondo: nonostante questo peggioramento lo spread continua a scendere. Era all’incirca di 550 punti al momento della caduta di Berlusconi. È arrivato oggi all’intorno di 330 punti. La caduta del governo Monti, a parte un piccolo sussulto iniziale non ha determinato grandi terremoti: perché?

La spiegazione più gettonata è anche la più ovvia: chiunque vinca le prossime elezioni non potrà fare a meno del rigore e dell’austerità come parametro di riferimento. Ma siamo proprio certi che sia la strada giusta?

Come mai il debito cresce nonostante la grande “spremuta di tasse”? È questa la domanda di fondo cui è necessario rispondere. Altrimenti continueremo a girare intorno al totem con gli occhi bassi.

Allora cominciamo a dire alcune cose. La prima: l’Imu sulla prima casa va abolita. Non è populismo ma ragionevolezza. La tassa non si paga sui capannoni perché producono Pil. Anche i lavoratori avranno pur diritto ad abitare da qualche parte. La prima casa non è una “ricchezza” quindi niente tasse. La destra storica che pure di fisco se ne intendeva fino ad arrivare all’imposta sul macinato non era mai arrivata a tanto: tassava i terreni, non le case rurali.

Punto secondo: le cifre confermano che la spremuta di tasse non serve a niente. Il problema italiano non è l’ammontare del debito. Una volta era il primo al mondo: adesso  quarto dopo Usa, Giappone e Germania.  Nessuno, però, sembra preoccuparsene in maniera tanto angosciante come noi. Perché? Perché non è l’ammontare del debito il problema principale ma il fatto che cresca più rapidamente del Pil.

Il male oscuro dell’Italia è la mancata crescita, la grandezza che sta al denominatore del rapporto.  Per risolvere il problema sono necessarie grandi riforme pro-mercato attraverso estesi interventi di liberalizzazione. Non tasse patrimoniali. Esattamente l’opposto di quanto accaduto nell’ultimo anno in Italia. Eppure lo spread è sceso. Come mai? Dice niente il fatto che il Financial Times abbia incoronato Mario Draghi come personaggio dell’anno? È stato lui il vero salvatore dell’Euro: sono state infatti gli interventi della Bce ad aver  abbattuto la “febbre da spread”.

Ora però “resta” da salvare l’economia dei Paesi in recessione, come la Grecia e l’Italia. E l’unica leva per far ripartire l’economia non potrà che venire, una seconda volta, da un intervento della Bce.

L’esempio da seguire resta quello della Federal Reserve.

La redazione

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