Anche negli Stati Uniti è cominciata la battaglia del debito. I problemi non sono diversi dai nostri.  C’è chi insiste, vedi  terapia alla tedesca, sull’austerità. C’è chi, come il Giappone, batte altre strade.

Proviamo a ricapitolare. Una legge, approvata durante la Prima Guerra Mondiale, prevede che spetti al Congresso fissare il limite  all’indebitamento dello Stato. La regola nata per  garantire al Presidente la possibilità di disporre liberamente delle spese militari, si è trasformata in un severo vincolo.

I Repubblicani, in maggioranza alla Camera minacciano di votare contro: invece che raccogliere nuovi quattrini emettendo carta – è il loro grido di battaglia – Obama dovrebbe usare il machete per tagliare spesa pubblica. È una posizione rischiosa, replica il Presidente. Il tetto consentito è già stato toccato nel corso del 2012. Sono necessari  interventi urgenti prima che la macchina si inceppi. “Alzare il tetto del debito – ha dichiarato Obama –  non vuol dire aumentare la spesa pubblica, ma permettere al Paese di onorare le spese su cui si è già impegnato”.

Si rischia, insomma, la replica di quel  duello muro contro muro che ha tenuto i mercati con il fiato sospeso a Capodanno. Stavolta, però, la posta in gioco è ancora più alta. I Repubblicani potrebbero acconsentire ad un aumento modesto del debito, in modo da poter ridiscutere la faccenda tra un paio d’anni. Obama ha già fatto sapere che non accetterà un compromesso del genere: non vuol correre il rischio di trovarsi con le mani legate alla vigilia delle elezioni.  Al contrario, per favorire la corsa di un democratico alla sua successione, rivendica libertà di spesa per completare il lavoro della Federal Reserve.

La strategia, infatti, è chiara: l’artiglieria della Fed deve spianare la strada alla ripresa con le massicce ed abbondanti iniezioni di liquidità, perché l’importante, ha fatto sapere il Presidente della Fed di Chicago Bill Evans, è creare posti di lavoro senza preoccuparsi dell’eventuale crescita dell’inflazione che, comunque, è talmente bassa che se anche raddoppiasse non sarebbe un problema.  Poi toccherà al comandante in capo, ovvero il Presidente in persona, lanciare l’assalto finale con una raffica di investimenti in grado di consolidare la nuova occupazione, sfondando tutti i tetti che vanno sfondati.

Un piano aggressivo che gli americani possono permettersi, visto che, grazie alle nuove tecnologie per l’estrazione di greggio e gas (che l’Europa ha vietato), già nel 2014 avranno più energia dell’Arabia Saudita. E potranno esportare, con grandi vantaggi, in Europa dove l’energia costerà assai di più e le aziende dovranno fare i conti con una moneta, l’euro, più forte di dollaro e yen, frutto della politica dell’austerità.

Peccato che questa strategia virtuosa, se non si cambia rotta, farà salire la disoccupazione e la povertà. Del resto, lo diceva già Keynes: “In economia non giova far la parte dei buoni…”.

La Redazione

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