Il conflitto in Ucraina è uno strumento che serve agli Usa, prima di tutto, per far ripartire la propria economia, e quella occidentale, aumentando la spesa militare? E certo, è una brutta domanda. Ma a pensar male, diceva Andreotti, si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. “Certo, è un cattivo pensiero – scrive su Money .it Mauro Bottarelli –. Ma lo è anche il fatto che il 7 febbraio Walter Russell Mead pubblicasse sul Wall Street Journal un articolo dal titolo che non si prestava a interpretazioni: Time to increase defence spending. Insomma, è l’ora del warfare.”

Il 2022, secondo Bottarelli, vedrà la spesa militare statunitense toccare un massimo assoluto dalla fine della Seconda Guerra mondiale, qualcosa come 1,1 trilioni di dollari. Ma per Mead non è sufficiente. A suo modo di vedere, il warfare dovrebbe pesare attorno al 7% del Pil, la media storica nel periodo della Guerra fredda contro l’Urss. Quindi, almeno altri 300 miliardi di spesa extra per pompare un po’ l’asfittico 4% attuale e tornare ai livelli da glory days del Vietnam.

“Oddio, vuoi vedere che la regionalizzazione del conflitto nel Donbass può fare comodo, poiché garantisce un relativamente alto livello di controllabilità degli eventi ma anche un allarme di lungo termine che giustifichi spese strategiche su un periodo indefinito – si chiede Bottarelli –? Certo è strano che il Wall Street Journal a inizio febbraio pubblichi un così esplicito appello al governo affinché trovi in fretta un pretesto in stile Muro di Berlino che permetta al complesso bellico-industriale di macinare crescita (e profitti). Ancor più strano se il tutto viene messo in relazione a quanto accaduto non più tardi di ieri, 19 febbraio. Mentre nel Donbass la guerra cominciava a materializzarsi e a Monaco si consumava il ritorno in società della giubilata Kamala Harris, a Washington il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, annunciava una commessa da 6 miliardi di dollari per 250 carrarmati Abrams alla Polonia.”

La ragione di quella vendita? Alcune delle forze russe attualmente dispiegato sono a sole 200 miglia dai confini polacchi. Insomma, ecco il nuovo business, la nuova Guerra fredda: tutti i membri Nato che siano ascrivibili geograficamente nel raggio di azione dell’esercito russo, ovvero i protagonisti di quell’allargamento a Est che Mosca contesta e intende fermare in Ucraina, verranno d’ora in poi armati con gioia dall’America, poiché vittime dirette e indirette della minaccia del Cremlino. Insomma, i sospetti aumentano.

“Soprattutto quando al summit sulla sicurezza di Monaca, Kamala Harris sottolinea come se la Russia attaccherà, aumenteremo la presenza nei Paesi dell’Est Europa e il segretario generale della Nato rivendica come se Mosca dovesse lanciare l’offensiva, ci troverà alle sue porte. Di fatto, un’ammissione di colpa travestita da diritti di intervento difensivo – conclude Bottarelli –. Proprio sicuri che l’irremovibile durezza diplomatica russa sul tema dell’allargamento non abbia qualche fondamento di realtà e buon senso? A voler seguire la logica di Pollicino, le briciole che portano a interessi più o meno inconfessabili e agende parallele cominciano davvero a essere troppe. E pubblicate in bella evidenza sul Wall Street Journal sotto forma di editoriale.”

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