La storia, in un modo o nell’altro ritorna: la grande ansia in Europa si chiama Polonia. Per anni, racconta Dario Di Vico sulle pagine del Corrierone nazionale, la narrazione che è circolata sui media italiani attorno alla Polonia è stata a una sola dimensione. È stata dipinta come un Paese che dal punto di vista industriale esercitava nei confronti dell’Italia una concorrenza sleale. Adesso, però, dal momento che il Paese non sembra disposto ad accettare che le leggi europee prevalgano su quelle nazionali, potrebbe diventare il casus belli della disgregazione dell’Unione.

Nel 2013, spiega Di Vico, un reportage del Messaggero Veneto titolava «Viaggio in Polonia, dove clonano le industrie friulane» e rifletteva le ansie della comunità nordestina impaurita da un progressivo trasloco dell’Electrolux a Olawa e dintorni. Se quella foto è considerata datata — Electrolux ha appena inaugurato uno stabilimento ipertecnologico a Susegana con un investimento da 130 milioni — ancora oggi però in Italia è aperta una vertenza sindacale nei confronti del gruppo Elica per la paventata ipotesi di un trasferimento di produzioni (cappe) da Fabriano allo stabilimento di Jelcz-Laskowice. E analoghe voci avevano riguardato le possibili scelte del gruppo Stellantis che avrebbe addirittura chiuso la Sevel di Atessa a favore dell’impianto di Glawice, voci poi seccamente smentite dal gruppo. La realtà della Polonia invece è più complessa ed è singolare che finiamo per accorgercene nel momento più difficile, anzi più drammatico. Il confronto tra Bruxelles e Varsavia precipita di giorno in giorno e secondo il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, è addirittura «una bomba ad orologeria».

“Nessuno sarebbe disposto a scommettere un euro su un esito Polexit ma con il volume di fuoco delle polemiche predisposto dal governo di Varsavia non si può stare tranquilli – spiega Di Vico –. Ed è interessante notare come sia gli investitori internazionali sia gli imprenditori italiani nel mezzo della crisi siano allineati nell’escludere il peggio e comunque nel tifare per una soluzione positiva. Del resto la Polonia è la terza destinazione greenfield mondiale dopo Stati Uniti e Spagna e gli investitori di tutto il mondo guardano agli investimenti che Varsavia dovrà implementare sulla digitalizzazione, la transizione ecologica e la competitività. Perché — vale la pena ricordarlo — la Polonia è ancora un Paese che dipende fortemente dal carbone e dovrà quindi operare una ampia discontinuità in un tempo tutto sommato breve (con costi elevati e il rischio di mettere a repentaglio 100 mila posti di lavoro in realtà fortemente sindacalizzate e tradizionalmente vicine al governo). In verità non si può dire che l’economia polacca finora sia apparsa molto versata nella progettualità al punto che la difficoltà di fare concorrenza piena al Made in Italy risiede proprio qui: debole innovazione di processo e di prodotto, scarsi investimenti nella ricerca, incapacità di creare brand globali.”

Dovendo elencare i motivi per cui Varsavia è considerata dagli industriali italiani soprattutto come un’opportunità si può adottare un ordine gerarchico, conclude Di Vico. Il primo motivo riguarda le prospettive di un Paese vicinissimo alla Germania considerato ancora in crescita e che deve investire molto, a partire dalla decarbonizzazione. Il secondo riguarda la presenza delle Zes (Zone economiche speciali) che favoriscono gli investimenti grazie a corsie preferenziali di carattere fiscale e burocratico. Il terzo riguarda la buona qualità media del manufacturing e delle competenze del personale e solo al quarto posto viene il differenziale di costo del lavoro (che pure è elevato secondo il dato Eurostat di cui sopra). Come finirà? La Polonia resterà nell’Unione per continuare a sfruttare i finanziamenti UE che tanto hanno agevolato il suo sviluppo, oppure mollerà la compagnia per liberarsi dai ricatti della Von Der Leyen?

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