Il debito sarà l’emergenza della prossima legislatura. Non ci vuole molto per capirlo. Nei cinque anni del Parlamento che ha appena chiuso i battenti è cresciuto di 300 miliardi di cui trentasei solo nel 2017. Le politiche di contenimento si sono dimostrate un fallimento. Dall’anno prossimo però Europa non ci farà più sconti. Soprattutto se, come appare probabile alla guida della Bce dovesse arrivare il falco tedesco Jens Weidmann. Ci aspettano giorni molto difficili ma i partiti, in campagna elettorale, non se ne accorgono. Cercano di mettere insieme promesse chiaramente conflittuali. Non puoi dire che taglierai le tasse, aumenterai i sussidi e contemporaneamente farai scendere il debito. Chi chiede com’è possibile conciliare questi opposti la risposta è sempre le stessa: con più crescita. Davanti a queste affermazioni c’è sempre se in politica prevalga l’ignoranza o la malafede. Ma di quale crescita stiamo parlando? Per fare tutte le cose che vengono promesse il Pil dovrebbe salire almeno del 7-8%. Invece siamo fermi all’1,4% e quest’anno scenderemo all’1,2%. Addirittura insensata la ricetta di Emma Bonino che propone, come soluzione finale, il blocco della spesa pubblica. Ma in quale Paese vive? Sarà bene parlare chiaro. Sperare di pagare il debito semplicemente attraverso la maggiore ricchezza creata dall’espansione del Pil è pura illusione. Una finanza così compromessa come quella italiana, storicamente, è stata risanata solo in due modi: una guerra o una grande svalutazione. La prima non è nemmeno da prendere in considerazione. La seconda è impossibile, almeno fino a quando staremo nell’euro.

Eppure la scorsa settimana Francesco Giavazzi (inventore della nefasta teoria dell’austerità espansiva) ha sostenuto che il governo sta seguendo le regole del Fiscal Compact e quindi è sulla strada giusta per rimborsare il debito. Il fatto che il capo dei Bocconi boys sostenga una teoria del genere convince ancora di più che siamo nella direzione sbagliata.

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