L’euro ha ucciso l’Italia. A dirlo non è un gruppo di populisti euroscettici come verrebbe immediatamente da pensare. Il verdetto arriva dalla fonte meno attesa, dalla più europea delle istituzioni, nientemeno che la Bce. Un report pubblicato in queste ore da Draghi ci fa sapere che dal 1999, anno dell’introduzione della moneta unica, il nostro Paese è quello che ha subito la peggiore performance tra i dodici che fanno parte del club fin dal primo momento. Se prima dell’introduzione dell’euro l’Italia era fra le nazioni più ricche con il reddito pro capite fra i più elevati, ora si sta allineando a Grecia e Portogallo, che all’atto dell’entrata erano già i fanalini di coda dell’eurozona. In alcune zone del sud, come avvertiva ieri lo Svimez, il sorpasso in discesa è già avvenuto: Palermo ha un PIL pro-capite inferiore ad Atene. Insomma un vero e proprio fallimento per il nostro Paese.

La ragione? La scarsa capacità di procedere speditamente verso “un marcato aggiustamento dei costi unitari del lavoro” dice la Bce. Non potendo aggiustare il cambio abbiamo dovuto svalutare i fattori di produzione interna, facendo ancora più disoccupati di quanti non se ne siano già prodotti. Con buona pace dei soloni di Francoforte stiamo ampiamente recuperando. Proprio oggi l’Istat ha fornito i dati sul mercato del lavoro: i risultati sono veramente sconfortanti. Nonostante il jobs act tanto lodato a Roma e Bruxelles, nonostante il regalo sui contributi per i nuovo assunti, gli occupati continuano a scendere. A giugno sono calati ancora di 22.000 unità, pari allo 0,1% del totale , mentre i disoccupati sono cresciuti dell’1,7 %,  pari a 55.000 persone. Il tasso di disoccupazione è cresciuto dello 0,2% a quota 12,7%. Rispetto ad un anno fa, quando ancora non c’era la miracolosa riforma del mercato del lavoro, ci sono 85 mila disoccupati in più. Questi sono numeri nudi e crudi. Il resto sono solo chiacchiere, rese ancora più odiose perché nel frattempo c’è una intera generazione che si è perduta.

La disoccupazione giovanile, dice ancora l’Istat,  è salita dell’1,9% al 44,2%. Significa che quasi un ragazzo su due non ha un posto di lavoro e, da quello che si vede, nemmeno la speranza di trovarlo. Il Paese, infatti, è entrato in pieno nella spirale deflattiva che è esattamente l’opposto della crescita. Non c’è reddito, i consumi ristagnano e i prezzi ovviamente scendono. Le aziende chiudono o vengono vendute all’estero. È giunto il momento che qualcuno si faccia un serio esame di coscienza e cambi verso ad una politica che sta portando il Paese alla povertà.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailfacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail