Comunque finisca il referendum di domenica in Grecia appare chiaro che bisognerà ripensare l’euro in chiave democratica.  Nella sua attuale architettura la moneta unica è arrivata al capolinea, e non è molto importante quale sarà il risultato finale del voto ad Atene. Sia che vincano i no, sia che i greci decidano per il si sarà necessaria, a partire da lunedì, una riflessione sulla costruzione della moneta unica fin qui risultata troppo elitaria. Alla fine di questa strada c’è un burrone nel quale precipiterà non solo l’euro ma tutta la costruzione europea.

La ragione è molto semplice: i destini di milioni di persone non possono essere decisi dalle tecnocrazie internazionali (Fmi, Bce, Commissione Ue) o, peggio ancora, dalle scelte di uno solo dei componenti del club, in questo caso la Germania. È vero che Berlino risulta l’azionista di maggioranza relativa del club, però ha solo il 25% delle quote, non la maggioranza assoluta. La cessione di sovranità legata alla nascita dell’euro non è stata accompagnata da nessuna assunzione di responsabilità da parte dell’elettorato, e questo è il nodo che fin dall’inizio è rimasto privo di soluzioni. Sul governo greco che ha deciso di rispettare i canoni chiedendo il parere i cittadini sono, invece, piovute accuse di demagogia e di populismo. Francamente non se ne capiscono le ragioni: il programma di austerità imposto dai creditori internazionali imporrà una nuova dose di sacrifici alla popolazione. È giusto chiedere il parere degli elettori, visto che alla fine toccherà a loro pagare il conto.

Il fatto di avere una moneta senza Stato ma solo con una banca centrale è stato considerato fino a ora una anomalia gestibile, e così è stato fino a quando le cose sono andate bene. Con la crisi il parametro è saltato, e la costruzione fin troppo elitaria dell’euro ha mostrato per intero la sua debolezza. Adesso si parla del documento dei “Cinque Presidenti” (i capi delle cinque istituzioni europee) come della soluzione del problema, che disegna una costruzione europea in direzione più federalista. Ma siamo sicuri che sia questa la strada? Siamo proprio certi di voler entrare in un club ancora più vincolante con un socio, come la Germania, che non perde occasione per segnalare il suo primato? Prima di andare avanti sarà necessaria pausa di riflessione. È vero che la Costituzione italiana non prevede referendum sui trattati internazionali, ma è anche vero che la posta in gioco è troppo alta per essere delegata ad una classe politica che non sempre mette gli interessi generali al primo posto nella sua scala dei valori.

E ovviamente potremmo dire molto di peggio.

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