Mario Draghi uomo dell’anno 2013. In genere il riconoscimento viene consegnato a dicembre. In questo caso, invece, lo facciamo a Capodanno nella convinzione che sarà il presidente della Bce a meritarsi l’alloro se, fra dodici mesi esatti, all’alba del 2014 la zona euro sarà ancora un ancoraggio di stabilità e non un campo bombardato. L’antipasto è arrivato alla fine del 2012 con lo spread calato a 287 punti. Le ragioni del taglio non sono chiarissime. Certo non è stato merito della legge di stabilità che ha mostrato tutte le debolezze delle finanziarie che precedono le elezioni. Tanto meno del clima politico con la legislatura che si è sfilacciata precipitando verso le urne. La campagna elettorale si annuncia convulsa e l’ingresso ufficiale di Mario Monti ha frammentato ancora di più il consenso. I fondamentali dell’economia italiana certo non migliorano: la recessione incrudelisce e il debito pubblico ha varcato i duemila miliardi e continua a salire rispetto al Pil. Eppure lo spread cala. Perché? La risposta è venuta nella lettera di fine anno dell’Abi, la Confindustria delle banche: “L’allentamento delle tensioni sui mercati finanziari è il risultato della decisa azione da parte della Bce”. Meno rilevante “l’apprezzamento generale delle politiche nazionali e comunitarie”. Insomma i banchieri italiani dovendo ringraziare un Mario preferiscono Draghi a Monti. Il programma di acquisto di titoli di stato (peraltro solo annunciato) è stato molto più efficace della sventagliata di tasse che ha annichilito l’economia italiana.

Riavvolgiamo il film del 2012 quasi per intero. Torniamo al momento in cui la Bce annuncia il programma straordinario di sostegno alle banche con prestiti illimitati all’1%. In due tranche vengono messi sul mercato mille miliardi. Le banche italiane ne prendono 250. Di questi, 147 sono serviti ad acquistare titoli di Stato. Oggi nei forzieri delle banche italiane ci sono 340 miliardi di cui 176 sono Btp e il resto sparpagliato fra Bot, Cct e Ctz. Ciò ha consentito il successo delle aste e ha spento la speculazione su quelli già emessi. A pagare il conto, però, sono state le famiglie e le imprese. Costrette a sostenere il debito pubblico e a corto di raccolta (se non a costi spaventosi) le banche italiane hanno ridotto i finanziamenti all’economia.  Le statistiche dell’Abi dicono che, nel 2012,  i prestiti alle famiglie e i mutui sono stati a crescita zero e il credito al consumo è sceso di sei punti. Insomma le banche hanno salvato l’Italia ma non gli italiani. Messo così l’enigma dello spread ora è più chiaro. L’ottovolante non segue, se non marginalmente, le vicende politiche. Basta guardare i grafici per vedere che solo in un’occasione il picco dell’interesse coincide con le punte di instabilità politica. Succede fra ottobre e novembre del 2011, prima della caduta del governo Berlusconi. Torna a impennarsi fra l’inverno e la primavera cogliendo totalmente in contropiede quanti scommettevano sulla riduzione in conseguenza della riforma delle pensioni e le misure del decreto Salva-Italia. Testimonianza che il parallelismo fra “spread” e situazione politica è del tutto occasionale. Per i prossimi due mesi e mezzo l’Italia non avrà un governo e le scommesse sul risultato delle urne sono aperte. Vedremo che cosa accadrà. Se, com’è molto probabile, il demone dei tassi d’interesse se ne starà acquattato bisognerà fare una riflessione sulla rilevanza “politica” che ha assunto, riconoscendo che si tratta di un trono usurpato. Lo spread è solo un misuratore di mercato e come tale deve essere considerato. Il Mario con cui deve fare i conti non è Monti ma Draghi. Non a caso gli assegniamo fin da ora l’oscar come personaggio dell’anno. Nel frattempo Buon Anno a tutti.

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