Gli italiani sono più poveri. Non è un problema di percezione, ma di tasche vuote. La domanda cala e l’edilizia soffre. La verità emerge dai dati e dagli osservatori più esposti ai rovesci della crisi, con buona pace di chi – come gli eurofanatici – sostiene che in fondo colpire le «rendite» da mattone e i consumi sia la via più indolore al risanamento delle finanze pubbliche. Anche a febbraio l’indice dei consumi di Confcommercio ha registrato un calo dello 0,1%. Per i commercianti è la conferma di una crescita «modesta». Pesa il calo di fiducia. Non a caso cresce l’indice di disagio sociale, che si è infatti attestato, a gennaio, sul valore più elevato dell’ultimo anno e mezzo. Insomma persino Confcommercio, che difficilmente cede al pessimismo, fatica a intravedere segnali positivi. Le associazioni dei consumatori, invece, non hanno dubbi: è povertà vera. «Non si tratta di un deterioramento della fiducia delle famiglie o dell’incertezza sulle prospettive economiche dell’Italia. Quello che pesa sono le tasche vuote degli italiani», spiega Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. A soffrire sono i settori che dipendono maggiormente dalla disponibilità degli italiani a spendere. La crisi dell’edilizia sembra non arrestarsi, con il rischio di assuefazione da parte dell’opinione pubblica e della politica. L’indice della produzione nelle costruzioni di gennaio è in calo del 3,8% rispetto a dicembre 2016, e su base annua la riduzione è del 5,2%. Unica nota positiva sul mattone è la ripresa degli investimenti esteri. Poco arriva dalle tasche degli italiani, nonostante i mutui favorevoli. Poi c’è quella terra di mezzo tra consumi ed edilizia che è il mondo degli affitti commerciali dove ci sono circa 600 mila negozi sfitti. Nonostante la crisi dei consumi e dell’edilizia, le ricette che filtrano dal governo sono revisione del catasto e aumento imposte sui consumi. La prima riforma rischia di provocare rincari per i proprietari di immobili. Per quanto riguarda i consumi, sicuro un aumento delle accise. Poi, nel 2018, molto probabile quello dell’Iva. Tutto questo naturalmente perché ce lo chiede l’Europa.

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