L’aveva scritto diverso tempo fa, in un libro intitolato “Non regalatemi una banca, a meno che…”, il fondatore di questo blog Un’Europa Diversa, Ernesto Preatoni: le banche fisiche non valgono quasi più niente, giusto la licenza bancaria. La storia di Monte dei Paschi di Siena, in questo senso, è illuminante. Doveva convolare a nozze con Unicredit: le condizioni che lo Stato era disposto a offrire all’istituto di piazza Gae Aulenti erano particolarmente favorevoli. Tutto pur di privatizzarla nuovamente. Ma niente, lo sposo non l’ha voluta, neanche con una con una dote così grande. Era davvero così brutta?

La notizia è arrivata all’inizio della scorsa settimana, con un laconico comunicato stampa: UniCredit e il ministero dell’Economia e delle Finanze hanno l’interruzione dei negoziati relativi alla potenziale acquisizione di un perimetro definito di Banca Monte dei Paschi di Siena. Lo riporta una nota congiunta, “nonostante l’impegno profuso da entrambe le parti”.

Saltata la trattativa con Unicredit, il Tesoro deve guardare per il Monte dei Paschi di Siena a piani alternativi con la variabile tempo che non è da sottovalutare. Tra le ipotesi che circolano in ambienti finanziari quelle di un piano stand alone: tradotto, la banca resterebbe nelle mani dello Stato, che dovrebbe metterci soldi ancora per lungo tempo. In questo senso potrebbe essere considerati anche parti del negoziato appena interrotto come la sterilizzazione delle azioni legali e degli npl e la cessione di queste a soggetti come Amco che a suo tempo è entrata in data room. Nella sostanza una segmentazione del perimetro ma non uno spezzatino della banca.

Certo, l’Unione non sarebbe tanto contenta. “Il Mef che di Siena controlla il 64% deve uscire con la chiusura del bilancio di quest’anno. Lo impongono gli impegni presi con Bruxelles – spiegava qualche giorno fa Tgcom24 –. A meno che non si riesca a trattare per una proroga della cessione di almeno 6 mesi, ossia giugno del prossimo anno. Ipotesi che è emersa nei giorni scorsi ma che è stata smentita anche se non ufficialmente e che quindi potrebbe essere ripresa in considerazione se non altro per guadagnare tempo e lavorare ad una via d’uscita percorribile. Le incognite non mancano, a partire dal fatto che non è detto che la Dg Comp sia disponibile a proroghe. Resta sempre nel cassetto il piano messo in piedi dall’ad Bastianini, mai però approvato dalla Bce. Una strada che prevede 2,5 miliardi di euro di aumento per far fronte alla carenza di capitale e ai costi di ristrutturazione necessari per rimettere in sesto il conto economico. Ma anche 2.670 esuberi netti al 2025 e ritorno in utile nel 2023, dopo il pareggio di bilancio nel 2022. Secondo però ultimi rumors una ricapitalizzazione dovrebbe essere di almeno 4 miliardi.”

Morale della favola: Draghi si ritrova sul gobbo un bel problema. Il governo aveva ceduto quasi su tutto, pur di dare in sposa la figliastra Mps a Orcel, l’ad di Unicredit, e liberarsi del problema. A quanto pare però la situazione dev’essere ancora più brutta di quanto fosse stata rappresentata inizialmente se, dopo averci guardato dentro, i manager di piazza Gae Aulenti hanno deciso di lasciar perdere, anche a fronte di una ricca dote. Viene da pensare che Mps non valesse davvero niente, se non i guai che avrebbe portato a Unicredit il processo di “digestione” della società acquisita. Nel frattempo, finché non si troverà una soluzione, saranno i contribuenti a pagare.

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