I francesi alla presidenza della BCE non portano bene alle borse, ma neanche al portafoglio degli italiani. Era stato Trichet, qualche anno fa, a toppare in pieno l’aumento dei tassi di interesse: il risultato erano state le borse, crollate, e Paesi del Sud Europa finiti sull’orlo del lastrico. Adesso la Lagarde – che ormai non può più far finta che l’inflazione non esista – inizia a paventare il rischio di un aumento dei tassi. Gli investitori ovviamente hanno già iniziato a fuggire e lo spread a crescere velocemente. Come ha scritto un giornalista qualche giorno fa, la crisi d’astinenza dei mercati dal quantitative easing è iniziata prima ancora che la droga monetaria sia stata ritirata.

“Continua la fase di incertezza sul mercato dei bond, con gli investitori che rivedono i portafogli alla luce dell’atteggiamento più da “falco” delle Banche centrali – scrivono oggi Flavio Bini e Raffaele Ricciardi sulle pagine di Repubblica.it –. I movimenti delle ultime sedute hanno penalizzato in particolare il Btp, dopo che giovedì scorso la Bce di Christine Lagarde ha cambiato retorica e non ha più escluso con fermezza l’ipotesi di rialzo dei tassi già nel 2022. Al Parlamento europeo, ieri, la presidente è tornata un po’ sui suoi passi, benedicendo la prudenza e rimarcando che le strette monetarie sarebbero armi spuntate contro i problemi del momento: il rincaro delle materie prime e i colli di bottiglia alle forniture.”

Oggi lo spread tra decennali italiani e tedeschi riparte da poco sotto quota 160 punti base, dopo averla superata ampiamente ai massimi dall’estate del 2020. Il differenziale tra Btp e Bund ritraccia nel corso della mattinata, segnando 155 punti base per un tasso che scivola sotto l’1,8%. Resta una fase cruciale per i titoli obbligazionari: come riporta Bloomberg, i Treasury hanno perso valore mentre gli investitori scommettono sul fatto che il decennale americano possa presto raggiungere il 2% di rendimento. Anche i tassi australiani di pari durata si sono portati al picco da marzo 2020, mese d’inizio della pandemia. C’è grande attesa per la diffusione dei dati sull’inflazione Usa, in agenda per giovedì prossimo. La previsione è che a gennaio i prezzi al consumo negli Usa saliranno dal 7% al 7,2%, il top dal 1982.

“Una fiammata come quella di ieri dei Btp decennali potrebbe costare all’Italia 17 miliardi in più di interessi nei prossimi tre anni. Il conto è presto fatto, anzi è lo stesso governo a farlo negli scenari avversi presi in considerazione dalla Nadef di settembre, la Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza”, scriveva ieri Valentina Conte su Repubblica. Morale: il Bengodi è finito. I ricchi – che già erano ricchi – stanno scappando dai mercati, usciranno ancora più ricchi da questi anni di quantitative easing. Ai poveri, e agli Stati, resteranno, un’altra volta le macerie da sistemare a suon di sacrifici. La musica è sempre la stessa.

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