Giuseppe Liturri, sulle pagine di Start Magazine, ha pubblicato un’analisi che ricorda il film “A volte ritornano”: si torna, infatti, a parlare di Mes, o meglio della ratifica del Trattato che contiene il testo riformato rispetto alla prima versione del 2012. La ratifica del Trattato originario avvenne negli infuocati giorni del “whatever it takes” di Mario Draghi, dopo che il Trattato era stato firmato sotto il governo di Mario Monti il 2 febbraio 2012. Erano i mesi del “fate presto” d’infausta memoria e, non a caso, la legge di ratifica del Trattato sul Fiscal Compact  – famigerato strumento che impone la riduzione del debito pubblico eccedente il 60% del PIL, in misura di 1/20 all’anno, roba da mettere in ginocchio il Paese – fu promulgata lo stesso giorno con il numero 114. Perché si torna a parlare di questo strumento?

Bisogna intanto partire da un punto, secondo Liturri: tutto questo strumentario si è dimostrato essere – per stessa ammissione di coloro che lo progettarono e resero esecutivo – la causa principale della seconda recessione italiana del 2012-2013. Nel frattempo il Mes è servito per prestare circa 90 miliardi a Irlanda, Spagna, Grecia, Portogallo e Cipro, tuttora soggetti a programma di sorveglianza. Poi è arrivato il Covid e, quando sembrava che il Mes fosse giunto sul punto di rivestire finalmente un ruolo di protagonista, nessun Paese si è nemmeno sognato di richiedere il prestito “pandemico”, affannosamente messo a punto dall’Eurogruppo tra aprile e maggio 2020 e reso disponibile dal 1 giugno successivo, fino a un massimo del 2% del PIL del Paese richiedente.

La signora Christine Lagarde aveva infatti già tolto le castagne dal fuoco al direttore generale Klaus Regling. Il 18 marzo precedente, varando il programma straordinario di acquisti di titoli pubblici (PEPP) che, da allora, ha completamente assorbito le ingenti emissioni nette di titoli del Tesoro italiano. Nemmeno un eurofanatico come Gualtieri ha potuto così perorare la causa del prestito del Mes, davanti a titoli comprati dalla BCE e tenuti in portafoglio forse in perpetuo, con relativi interessi che tornano al Tesoro sotto forma di dividendi di Bankitalia.

“Formalmente ci dicono che serve a costituire, dal 1 gennaio 2022, il “paracadute” (backstop) per il fondo di risoluzione unico delle crisi bancarie – spiega Liturri –. Un prestito di circa 55 miliardi a cui il fondo potrebbe attingere qualora, dovendo intervenire per risolvere una grande crisi bancaria, esaurisse la propria dotazione (altri 60 miliardi circa). Ma è una foglia di fico che non regge. Il Mes riformato porta in dote (come un cavallo di Troia) la ridefinizione delle due linee di prestito a favore degli Stati membri. Quella precauzionale (PCCL) e quella di emergenza (ECCL). Con l’essenziale dettaglio che l’accesso alla prima è soggetto a condizioni sulla solidità delle finanze del Paese richiedente, talmente rigide, che oggi l’Italia (e numerosi altri Paesi) ne sarebbe fuori e sarebbe quindi spedita alla ECCL, con conseguente programma di aggiustamento macroeconomico “alla greca”. Questo è il Mes riformato. Un adeguato “complemento a 100” rispetto alle condizioni del Recovery Fund per rafforzare le “cime di ormeggio” macroeconomico che il Patto di Stabilità tiene troppo lasche.”

Da Bruxelles, Berlino e Francoforte, conclude Liturri, intendono tenerlo di scorta, pronto a entrare in scena, qualora la BCE fosse costretta a rallentare il ritmo degli acquisti del PEPP – anche se i dati delle ultime due settimane non mostrano segni di cedimento – sotto la spinta delle pressioni tedesche preoccupate per la recente risalita dell’inflazione. E allora prepariamoci a subire l’ennesimo diktat procedendo alla ratifica di uno strumento così vecchio da apparire uno zombie.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailfacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail