Nella migliore delle ipotesi ci aspettano ancora parecchi mesi di sofferenza. Fino alle elezioni tedesche del prossimo settembre è molto difficile che in Europa cambi qualcosa. La conferma di Angela Merkel o il passaggio del testimone alla Spd rappresentano, a tutti gli effetti, l’appuntamento decisivo per il futuro. Sarà l’elemento dominante dei prossimi dodici mesi.  Tutto quello che accadrà prima dell’appuntamento elettorale in Germania (compreso il voto italiano) avrà un’importanza relativa. Ci penserà la frustata dello spread a spegnere eventuali intemperanze del prossimo governo.

Il futuro dell’Europa emergerà dalle urne di Berlino e Francoforte con buona pace di quanti si ostinano a pensare che le capitali dell’Europa Unita siano Bruxelles o Strasburgo.   Vuol dire che noi italiani (e non solo) dovremo rassegnarci ad un altro periodo di sofferenze. Il 2013 sarà, a tutti gli effetti, un anno di transizione.  Molte bufere, poche schiarite. Sperando che l’euro arrivi al Capodanno 2014. Solo allora, forse, si potrà parlare di eurobond e di solidarietà europea, di riforma della Bce e di abbattimento dei tassi d’interesse. A costo di creare un po’ d’inflazione. Nel frattempo dovremo rassegnarci ad un altro anno con la cinghia tenuta ben stretta.  L’ultima conferma  dal vertice della scorsa settimana dedicato all’Unione Bancaria. Il trasferimento dei poteri alla Bce arriverà solo a marzo 2014.  Esattamente sei mesi dopo il risultato elettorale in Germania. Senza contare il fatto che dal cappello di Draghi è stato sfilato, su forte sollecitazione di Berlino, il controllo sulle banche più piccole. Vale a dire gli snodi fondamentali dove si incrociano finanza e politica nella Repubblica Federale. A pochi mesi dal voto non era il caso di correre rischi.

D’altronde basta leggere l’intervista al Financial Times della cancelliera Merkel per capire.  Ha spiegato che se “l’Europa oggi conta solo il 7% della popolazione mondiale, produce circa il 25% del Pil globale e deve finanziare il 50% della spesa sociale globale è evidente che dovrà lavorare duramente per mantenere la sua prosperità e il suo stile di vita”. Insomma non ci sono alternative alla politica del rigore, e sarà questo il filo rosso attorno alla quale si giocherà la partita con l’opposizione. A costo di debilitare l’economia del resto d’Europa. Il premio Nobel Paul Krugman, in un editoriale dell’11 dicembre sul New York Times, ha fatto il paragone con i medici medioevali: “Salassare i pazienti per curare i loro malanni, e quando il sanguinamento li fa star peggio, salassarli ancora di più”.

Come la virtuosissima Olanda, che rischia di andare a sbattere contro il muro del debito privato che supera il 250% del Pil.  Non a caso i prezzi degli immobili sono caduti del 16% e la situazione potrebbe farsi critica.  La Banca centrale olandese prevede una recessione dello 0,6% nel 2013 con un deficit superiore al 3%. Anche la virtù, insomma, comincia a conoscere il vizio.

La Redazione

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